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BACHOFEN E LE FEMMINISTE SENZA IDEE

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Dopo i fasti e anche gli eccessi del ’68, che comunque furono forieri di alcuni diritti fondamentali, basti pensare al divorzio, all’aborto e alla riforma del diritto di famiglia degli anni ’70, la parità fra i sessi sembrava raggiunta o comunque si pensava che la strada intrapresa fosse quella giusta. L’avvento del berlusconismo, con la mercificazione del sesso femminile, insieme alle immagini provenienti da tante parti del mondo, Italia compresa, di donne ancora sottomesse e schiavizzate tuttavia, ha riacutizzato il problema, tanto che i movimenti femministi sembrano in ripresa in questi ultimi anni.

Eppure, a parte manifestazioni eclatanti, come quelle delle attiviste di Femen a seno nudo nei paesi arabi, non sembra che le donne abbiano ben chiaro quello che vogliono davvero.  La partecipazione alla vita politica o economica, almeno in occidente, è già stata in buona parte conquistata e le donne, ancorché in minoranza, sono sempre più competitive e anzi spesso sfruttano la propria sessualità per fare carriera. Ma si può ridurre il femminismo all’uguaglianza formale con gli uomini, cioè le donne saranno più donne quando si comporteranno esattamente come gli uomini? E riuscirebbero facendo lo stesso gioco ad acquistare un’ effettiva parità con gli uomini?

Sembra che manchi una idea del femminile, capace di far emergere le esigenze di fondo delle donne e quindi orientare il cammino, al di là delle vicende contingenti. Eppure le basi per una filosofia femminile furono gettate soprattutto da un pensatore,  rimasto semisconosciuto insieme alle sue teorie, lo svizzero Johann Jakob Bachofen. Nella sua opera il Matriarcato, del 1861 egli distinse fra civiltà alla cui base c’era una divinità femminile e quelle rette da divinità maschili. Questi ultimi erano Dei che si ponevano oltre la morte  e che si accompagnavano al disprezzo per la condizione naturalistica, poiché la paternità ha una relazione solo mediata e quasi ideale con la nascita, mentre le divinità femminili erano legate alla natura sia per via dell’agricoltura, sia tramite la sensualità corporea.
Bachofen afferma che ci fu un tempo in cui prevaleva la religione femminile, dalla quale derivava la sovranità della donna e che corrispondeva a società di tipo egalitaristico poiché tutti gli uomini erano uguali di fronte alla natura, alla quale tornavano dopo un’esistenza effimera. Questo tipo di società si era potuto affermare perché la promiscuità sessuale escludeva ogni certezza di paternità e quindi le donne, in quanto genitrici, determinavano l’ordine di discendenza e godevano di grande autorità. Al principio materno corrispondeva anche il primato della sinistra, cioè della potenza femminile e passiva della natura, sulla destra cioè sulla potenza virile; della notte sul giorno che da essa scaturisce e in essa è contenuto o della luna sul sole; la preminenza della sorella sul fratello  in quanto sarà lei che continuerà il ceppo materno o l’importanza dell’ultimo nato poiché è quel ramo che per ultimo sarà raggiunto dalla morte; il proteggere e vendicare la madre come dovere più sacro rispetto all’oltraggio del padre; la filoxenia (simpatia per gli stranieri).

Solo successivamente gli uomini dominarono sulle donne (basti pensare alla condizione femminile nell’antica grecia) allontanandole dalla vita pubblica e imponendo la monogamia. Agli dei celesti  e trascendenti delle religioni paterne si accompagnarono la preminenza dell’individuo sul gruppo, il diritto romano fondato sul do ut des  più che sulle reali esigenze degli uomini, la famiglia patriarcale,  la guerra, fino al capitalismo e alla tecnoscienza dei giorni nostri.

E’ importante notare che, a differenza del contemporaneo Nietzsche, che nella Nascita della Tragedia non individuava forme intermedie del dionisiaco, secondo il Bachofen, l’opposto del dionisiaco non sarebbe l’apollineo, ma il dionisiaco femminile. Per il pensatore svizzero, il “dionisiaco di Nietzsche” sarebbe simboleggiato dalla terra, corrisponderebbe agli stadi più ferini dell’umanità e sarebbe il presupposto del principio paterno (Bachofen parla di una “realizzazione dionisiaca” del diritto paterno per indicare un pensiero che è solare non in quanto dogmatico ma  perché del tutto strumentale al proprio egoismo e che è propedeutico al patriarcato come l’alba rispetto allo zenit).  Il dionisiaco femminile è invece simboleggiato da Demetra dea dell’agricoltura (cioè della terra ordinata) o dalla luna (il più puro degli enti tellurici e il più impuro dei celesti) e consiste nella volontà dionisiaca ordinata dall’amore materno, dalla cura per il prossimo.

Grandi conquiste ma anche grandi contraddizioni si sono accompagnate al culto del padre. Mentre dall’altro lato, ammesso con Bachofen che il matriarcato esistette, resta il problema di come esso sia stato soppiantato dalla civilizzazione paterna. Bachofen ascrive questo passaggio all’affermarsi di certi culti religiosi su altri. Il fascista Evola al quale, ancorché spesso reinterpretando in chiave paternalistica l’opera di Bachofen, si deve l’unica antologia in italiano, faceva corrispondere l’avvento del patriarcato all’affermarsi di certe razze sulle altre, i greci ma principalmente i romani, che rispetto ai primi riuscirono ad edificare un grande impero patriarcale.  Anche il comunista Engels si interessò del matriarcato e  obiettava a Bachofen che il passaggio al patriarcato fu dovuto  non alle idee religiose ma ai comportamenti materiali e in particolare alla proprietà privata, cioè sull’affermarsi degli sfruttatori sugli sfruttati. Altri, infine, sostengono che se è vero che furono, almeno prevalentemente, i comportamenti a determinare i precetti religiosi e non viceversa, a differenza di quanto sosteneva Engels, questi comportamenti furono determinati dalla crescita delle dimensioni fisiche dell’uomo rispetto alla donna nel corso dei millenni, con la conseguente imposizione della monogamia e fine della promiscuità sessuale.  La monogamia non fu, come Engels sostiene nell’opera “L’origine della famiglia della proprietà privata e dello stato”, una pudica richiesta della donna gentilmente accolta dagli uomini, ma il primo grande conflitto per la proprietà a muovere la storia, preliminare a quello fra ricchi e poveri, perché segnò l’oblio dell’antichissimo culto della Madre. Come il mito di Bellerofonte  che, rubato  agli dei Pegaso, riuscì a sconfiggere le donne le quali ne placarono l’ira mostrandosi nella loro femminilità, così allo stesso modo diventando regine le donne persero il diritto matriarcale.

Il matriarcato risale alla notte dei tempi, notte così profonda che “l’archeologia dei miti” utilizzata da Bachofen non appare affatto un metodo così astruso come fu definito dai suoi contemporanei. Ma oltre che dalle Amazzoni e purché non ci si scandalizzi dei riferimenti all’etologia animale e alla biologia, un indizio dell’esistenza del matriarcato può essere rintracciato in una particolare specie di mammifero, la iena  macchiata o maculata o ridens. Anche le scimmie antropomorfe hanno un’organizzazione sociale per molti aspetti matriarcale, i Bonobo come è noto sono capaci di risolvere i conflitti sociali tramite il sesso, tuttavia il carattere matriarcale delle iene è così marcato da permetterci di mostrare come la  superiorità corporea delle donne fu il presupposto che venendo meno determinò la fine del matriarcato. Infatti, il clitoride e il pene hanno la stessa origine embrionale e lo sviluppo successivo dipende  dal testosterone all’interno dell’utero materno. Le femmine delle iene hanno la concentrazione di testosterone più alta dei maschi e hanno clitoridi più lunghi del pene dei maschi, definiti pseudopeni o falsi peni. Inoltre, le femmine sono più grandi e dominanti rispetto ai maschi. Forse l’esigenza in questa specie della massima aggressività in tutti i membri del gruppo, non ha permesso alla femmina di specializzarsi, tanto è vero che la vagina non è esposta ma si trova lungo lo pseudopene e conseguentemente la copula e il parto sono molto complicati e dolorosi.  Da notare che le iene sono un caso eclatante ma non isolato, anche le femmine di lemure catta e di scimmie scoiattolo  possiedono uno pseudopene.

Tuttavia, una cosa è certa, se è vero che la specie umana si caratterizza più di qualsiasi altra per la socialità, nella cura per il frutto del proprio corpo, la femmina impara prima del maschio a portarsi al di là dei limiti del proprio io e a dedicare tutte le sue energie all’elevazione di un’altra vita. Certo l’uguaglianza formale è necessaria per poter agire, ma non può essere la meta ultima del pensiero femminista, perché anche ammettendo che facendo il loro gioco le donne riuscissero addirittura ad avere più potere degli uomini, le donne rimarrebbero irrealizzate perché non seguirebbero la natura profonda del femminile e non sarebbero più madri nei comportamenti quotidiani. E’ la propensione empatica  che le donne dovrebbero valorizzare in politica, al fine di opporsi veramente alla regressione a cui gli ideali maschili hanno alla fine condotto non solo le donne.

 

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