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NELLA RIFORMA DELLA CHIESA, PAPA FRANCESCO SEGUE FINO IN FONDO SAN FRANCESCO?

NOMEFRANCESCO

Voleva cambiare e di certo la chiesa Papa Francesco l’ha già cambiata, e l’ha cambiata semplicemente riportando al centro Gesu’, rispetto al precedente pontefice che aveva messo al centro la teologia. Nell’imitazione del Cristo il gesuita Bergoglio è deciso, come si è visto anche nella riforma a cui ha sottoposto le istituzioni della chiesa,  banche comprese, e ciò non può che essere accolto con gaudio anche dai non credenti.

Tuttavia la riforma che si propone il Papa argentino sembra ben più ampia. Sembra perché finora sul piano teorico il nuovo Papa non ha detto nulla che si discostasse sostanzialmente da benedetto XVI su temi quali la famiglia o la bioetica. Ma ancor di più il Papa non si è pronunciato su ciò che sul serio rivoluzionerebbe la chiesa, l’idea di Dio, che secondo il nome che ha assunto, richiederebbe una impostazione in parte diversa.

San Francesco d’Assisi, chiamando fratelli gli animali, gli elementi di cui si compone l’ambiente, gli astri, inaugura una concezione di Dio immanente e trascendente allo stesso tempo. Dio non è più quello costruito ad immagine e somiglianza degli uomini, non è più un dio personale o di un gruppo, perché è la natura stessa. Ma è soprattutto nel momento in cui viene chiamata sorella anche la morte, che i dogmi costituiti dalla chiesa cattolica nei millenni, a partire dall’idea di un Paradiso dantesco, traballano tutti.

Infatti, i monoteismi presentano la morte come un passaggio che porta alla continuazione della vita in un ordine trascendente. Ciò può fornire un riparo dall’angoscia, ma determina che gli uomini finiscano per staccarsi dal mondo, come se si formasse una realtà parallela personale e spesso una doppia morale. Nei conflitti interreligiosi, la morte dei miscredenti può così diventare legittima mentre,al di là dei fondamentalismi cattolici o islamici, può accadere che gli uomini inizino a porsi di fronte alle cose della vita con fatalismo e ignavia. Infatti, se il significato della vita risiede in un ordine trascendente e la morte non ha un valore in sé,allora nemmeno la vita ha un valore in sé. Se ciò che ci accomuna non è la corporeità, allora non c’è un motivo in sé per provare compassione per il dolore o di gioire per il semplice fiorire della vita degli altri.

Né, la fede in un’entità trascendente sembra possedere più l’autorità per legittimare l’amore per il prossimo, nemmeno in maniera indiretta. Infatti, sostenendo sulla scorta di Benedetto XVI, che dio sia trascendente e che la natura sia razionalmente comprensibile, da un lato s’indebolisce dio, la cui forza si riduce a quella che gli uomini gli attribuiscono,e dall’altro la religione diventa funzionale al tecno-capitalismo,tanto è vero che questo ha sostituito Gesù nel cuore e nella prassi delle persone, conservando però la dogmatica, al fine di evitare, insieme all’angoscia, la riflessione sui misteri della vita.

E’ la morte il tema fondamentale che Bergoglio dovrebbe affrontare perché se la morte non ha un significato intrinseco, allora nemmeno la vita ha una sacralità propria e non c’è motivo di amarla nella sua differenziazione. Solo dall’accettazione della morte corporale può nascere un sincero amore per il prossimo. Ciò non significa che anche i pontefici si dovrebbero arrendere al nichilismo, basterebbe comprendere e seguire fino in fondo l’insegnamento di San Francesco e magari ammettere gli sbagli e canonizzare figure come quelle di Giardano Bruno, che fu bruciato sul rogo proprio perché sostenne fino alla morte che Dio esisteva e operava nella natura stessa.

 

 

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