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RINASCITA DELLA FILOSOFIA COME ECOLOGIA

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Che la filosofia sia morta, al di là  di qualche sempre più rara mente brillante che vi si dedica e di tanti pedanti che si nutrono più di libri già scritti che di riflessione, lo dimostra il ruolo che questa attualmente possiede nella nostra società. Se non si insegnasse ancora al liceo, come retaggio della riforma fascista, così come la religione, sarebbe del tutto ignorata, anche per sentito dire, sepolta.

Certo la società moderna, impegnata 24 ore su 24 nella produzione e nel consumo, di tutto ha bisogno tranne che della filosofia. L’uomo economico non ha bisogno del confronto con se stesso o con la natura per dare un senso alla propria esistenza, perché il senso è dato dal mercato. Infatti, i grandi gruppi mediatici privati, tramite l’overdose di spot, gossip, veline e calciatori, promuovono un immaginario collettivo sganciato dalla vita reale, specie dai problemi della gente povera.  Stimolando il desiderio continuo di beni, rispondono ad un’istanza legata agli istinti, che limita l’empatia umana e genera un profondo narcisismo, che determina una sorta di regressione a stadi di sviluppo infantile. L’uomo moderno pensa semplicemente che porsi domande filosofiche sia da “sfigati” o da pazzi, colmando il vuoto esistenziale drogandosi di emozioni in quei (non)luoghi che la stessa industria culturale fornisce, come i grandi centri commerciali, dove tutto sembra a disposizione, come nel Paese dei Balocchi del Pinocchio di Collodi, in quel poco tempo libero strappato alla produzione.

Tuttavia, la filosofia fa di tutto per suicidarsi, non riuscendo ad elaborare un discorso critico né rispetto alla società, né rispetto alla scienza e ancor meno rispetto alle religioni istituite. Una filosofia ancella del capitalismo, della tecnica e, almeno in Italia, del cattolicesimo e quindi condannata ad essere senza identità. Ciò deriva dal fatto che, situando il fondamento della realtà in un ordine assoluto e/o assolutizzando la mente, la filosofia occidentale si pone oltre il divenire. Una filosofia ancora legata al principio di non contraddizione, che della tecno-scienza costituisce la base e che è un conoscere funzionale alla manipolazione del mondo e adatto alla brevità della vita, ma non alle ambizioni che dovrebbero animare la filosofia. Tanto è vero che per questa via, essa abdica al suo ruolo originario di interrogazione, in favore della religione, rispetto alla quale l’ordine trascendente diventa la vita ultraterrena, venendo così meno la necessita di ogni ulteriore questione. Ciò emerge bene comparando la tradizione filosofica occidentale con quella orientale.

La filosofia mainstream in occidente si fonda sulla riduzione della complessità tramite categorie ideali e sull’assunzione che tali categorie di pensiero combacino con la realtà. All’opposto, la filosofia orientale, ritiene che tutto in natura sia interconnesso e che la forma non esista se non in relazione con le altre forme. Se adottiamo quest’ultima prospettiva, di fronte alla complessità e al divenire, qualsiasi categoria di pensiero risulta una deformazione della realtà, che può essere valutata solo in termini di utilità del paradigma. Emerge, inoltre, come connessa al pensiero occidentale ci sia un’idea di dominio sulla natura, tanto è vero che, assumendo che l’ordine ideale possa corrispondere con l’ordine della natura, la filosofia occidentale ha creato la scienza, che ne ha fatto proprio il metodo, affinandolo tramite la matematizzazione e rendendolo utilizzabile tramite la tecnologia.

Il pensiero occidentale fondato sul principio di non contraddizione è un pensiero tecnico, che fu ideato per rispondere a problemi pratici e precisamente ai problemi che poneva l’ambiente del Mediterraneo nel quale la filosofia nacque. La Grecia non è molto diversa dalla Sicilia. La Sicilia si erge in una posizione centrale nel Mediterraneo, di cui è l’isola maggiore. Il territorio è collinare, sono pochi i rilievi che superano i 2000 metri, così come sono poche le pianure e i fiumi. Al contempo però, la pendenza delle colline non è tale da impedire il pascolo o la coltivazione dell’ulivo, della vite, degli agrumi e di molte varietà di alberi da frutto. Inoltre, i torrenti riescono frequentemente a strappare ai rilievi piccole valli pianeggianti e in alcune parti dell’isola, come presso l’Etna, Ragusa ed Agrigento anche piane più ampie. A queste latitudini prevale il sole, che rende le estati lunghe e secche e che durante tutto l’anno non smette di ritagliarsi spazio fra le nubi, sorprendendo con scorci di bella stagione anche in pieno inverno. Tuttavia, gli inverni sono abbastanza piovosi, così come l’inizio primavera e il finale dell’autunno, tanto da far crescere una vegetazione coriacea anche se non lussureggiante, e sempre più rigogliosa man mano che, salendo dal mare, verso i 600metri, alla macchia mediterranea si aggiunge l’odor delle felci mischiato a quello dei boschi. Il Mediterraneo non è pescoso come l’Oceano, ma è temperato e le brezze che salgono dal mare mitigano sia l’afa estiva, sia il gelo invernale. I venti non soffiano in maniera tempestosa, mentre le numerose insenature offrono port isicuri per le barche e le navi, senza nebbia e con buona visibilità, se si escludono i giorni in cui lo Scirocco africano occupa il cielo con basse nubi, che a volte si fanno d’orate come un’immagine riflessa del deserto del Sahara, di cui trasportano la sabbia, che può giungere al suolo mista a pioggia. Questa relativa disponibilità della natura, non così minacciosa da rendere vana ogni resistenza e costringere ad un atteggiamento difensivo, ma nemmeno così docile da non richiedere la trasformazione tramite il lavoro, ha plasmato il pensiero occidentale e ciò è massimamente evidente nell’architettura, le cui forme regolari sembrano le forme stesse del Mediterraneo.

Questa volontà di dominio sulla natura manca, invece, nella cultura orientale, che si è dovuta adattare ad una natura tanto ricca da imporsi, spesso in maniera catastrofica con i monsoni, i terremoti o gli tzunami, sviluppando così un atteggiamento ricettivo, che ha dato vita ad un particolare pensiero. Per filosofia orientale, non s’intende qui genericamente la tradizione religiosa dell’oriente, con tutta la sua ricchezza di sfaccettature ma, precisamente, una scuola filosofica giapponese. Infatti, anche se l’espressione filosofia orientale non sempre è accettata in occidente, quei pensatori accomunati sotto il nome Scuola di Kyoto a cui, in questa sede, si farà cenno solo per sommi capi, si proponevano proprio di fare filosofia nel senso occidentale del termine, sebbene coniugandola con la cultura orientale e principalmente col Buddhismo Zen. Tuttavia, proprio per quest’ultima ragione, i filosofi orientali nel tentativo di fondare la loro dialettica della natura, portarono alle estreme conseguenze la dimensione personale, ancorché intesa come una coscienza collettiva, e inevitabilmente finirono per  idealizzare il nulla, definendolo nulla assoluto e sottoponendosi alla critica di Parmenide che, seppur da una prospettiva meramente idealistica, a ragione sosteneva che le cose non vengono dal nulla e non ritornano nel nulla, così come oggi confermato dagli scienziati.

Tuttavia, dalla prospettiva orientale residua un’obiezione all’idealismo di Parmenide, perché il fatto che le cose non vengano dal nulla e non ritornino nel nulla, non esclude che non si trasformino. L’essere non può venir concepito come immobile, perché se si nega dio, deve contenere in se stesso la propria negazione per comprendere il divenire. Il cammino della contaminazione fra la tradizione di pensiero orientale ed occidentale intrapreso dalla Scuola di Kyoto poteva, dunque, essere continuato. Su tale posizione è possibile innestare una teoria generale del movimento, così come provò a  fare Friedrich Engels nella sua “Dialettica della Natura”, opera rimasta incompiuta e pubblicata solo a partire dal 1924. I conflitti sono ovunque: la galassia più grande attrae e ingloba quella minore e nel frattempo i buchi neri attraggono e inglobano entrambe. L’energia solare permette la fotosintesi dei vegetali, che costituiscono il nutrimento degli animali preda, che sono uccisi dai predatori, mentre la tecnica umana distrugge gli ecosistemi in cui entrambi, predatori e prede, vivono. Senza il movimento di cui parlava Engels non si può spiegare nemmeno la vita, perché pure i filosofi che negano il movimento sono il prodotto dell’energia che muove le galassie e che fece sì che della materia si concentrasse attorno ad una membrana per esistere nell’ambiente.

Tuttavia Engels si soffermò soprattutto sulla dialettica come metodo d’indagine scientifica e anzi, probabilmente spinto dal fervore suscitato dalla rivoluzione tecno-scientifica e dal fatto che gli premeva più legittimare la dialettica in funzione rivoluzionaria che filosofeggiare sul movimento in sé, provò anche a matematizzarla. La dialettica non venne quindi del tutto depurata degli aspetti idealistici, perché se si assume che la natura operi dialetticamente, ogni termine in contrapposizione è a sua volta oggetto di una contrapposizione, fino al punto in cui gli opposti si confondono. La realtà può essere considerata come una combinazione di cose che si negano reciprocamente, ma tal contrapposizione deve includere un medium, che in se stesso è identità contraddittoria. La mutua determinazione dei due poli può essere considerata risultato dell’auto-trasformazione di questa identità contraddittoria, perciò i fenomeni fisici si possono considerare come trasformazioni di un campo di forze. Dato che tutte le cose sono collocate in tale universo, il fatto che non ci sia un senso trascendente, non significa che le cose non abbiano senso, perché il senso è quello insito nella natura stessa. A fondamento dell’universo c’è l’universo infinito che autodeterminandosi dà vita ad un eterno divenire in cui il ritorno è solo tendenziale. L’essere è eppure non è perché è il movimento che media il mescolarsi delle forme nell’universale dialettico, facendo si che la dialettica della natura sia tanto creativa da creare un essere creativo come l’uomo. Lo possiamo definire come energia o, se si vuole Spirito della natura.

Forse mai come nella moderna società liquida occorre un senso, ma solo se l’uomo si accetterà né come figlio di un dio trascendente e personale, né come mediatore del nulla, ma come avvolto nella natura, insieme a tutti i mondi che formano l’infinito universo, si può sperare in una sincera responsabilità rispetto al prossimo. Se, all’opposto, la filosofia servirà solo ad alimentare la volontà di potenza, quale sembra essere la direzione intrapresa col dominio del tecno-capitalismo, l’uomo regredirà agli istinti primordiali e a morire non sarà solo la filosofia dello spirito, ma lo spirito stesso.

Maurizio Parisi

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