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LA CRIMINOLOGIA, UNA SCIENZA MADE IN ITALY

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La criminologia consiste in tutti quegli studi che hanno come oggetto il crimine.

Questa definizione pone innanzitutto il problema se il crimine sia meritevole di avere un settore di studi ad esso precipuamente rivolto, specie in un contesto dove già proliferano centinaia di dipartimenti accademici che rivendicano l’ autonomia  per questa o quella materia, all’interno della psicologia, della sociologia, del diritto e della stessa filosofia. Ebbene, anche chi ritenga che tutta questa specializzazione sia perfettamente inutile quando l’oggetto è l’uomo e che sia la sintesi che vada privilegiata, non può non riconoscere la gravità dell’argomento criminale, che tocca tutti, al di là del ceto, del censo, del genere, nel profondo del nostro essere umani. Vero è che a poco varrebbero le questioni di merito nel sistema moderno, dove le università sono per gran parte private e a muovere i fondi è prima di ciò che appare giusto,ciò che appare vendibile, se non fosse che il crimine è anche dannatamente “cool”. Basti pensare alle serie televisive o ai criminologi chiamati in tv, che poco hanno a che fare con gli studi, ma che testimoniano quanto il crimine, toccando il profondo della natura umana, attiri l’interesse.

Il crimine è un atto che implica da parte di chi lo compia, una situazione se non patologica, di sconvolgimento interiore, ascrivibile ad una molteplicità di fattori, diversi da caso a caso.  Comporta, dall’altro lato, danni gravi a chi lo subisce e alla collettività tutta, in una molteplicità di situazioni giuridiche. Si capisce allora anche il perchè di una definizione così ampia. Ed in effetti anche al giorno d’oggi il settore criminologico è in fermento, come testimoniato dalla varietà di approcci, medico, sociologico, psicologico e da ultimo economico. Esistono alcuni approcci, specie quello medico ma anche quello economico, che tendono a rivendicare per sé il campo criminale, sulla scorta di una presunta scientificità loro propria e di una maggiore applicabilità. Ne deriva l’idea che dovrebbero essere accettati dalla comunità scientifica solo quegli studi che possano essere empiricamente dimostrati, mentre tutto il resto sarebbe da ascrivere, al di più, ad una astratta filosofia non più al passo coi tempi.

In realtà, l’oggetto uomo sfugge a qualsivoglia legge sperimentale, ancorché questa possa funzionare in un determinato tempo, in un determinato luogo, con un determinato gruppo, in quanto l’uomo è un essere creativo. Oltre alla biologia esiste, infatti, la cultura e oltre all’agire egoistico, è propria della specie umana la capacità di provare empatia. Le stesse teorie sulla natura, che gli scienziati chiamano leggi della fisica, ancorché rivolte ad un oggetto dotato di maggiore stabilità, valgono in un determinato luogo, ad esempio sulla terra e non in un buco nero, in un determinato tempo, come ormai si accetta da Einstain in poi, e fino a quando non vengono falsificate o non risultano più funzionali. Infatti, poiché l’universo è un entità complessa e dinamica, non solo nessuna legge scientifica è in grado di corrispondere alla realtà, ma se anche lo fosse, lo sarebbe soltanto relativamente, e ciò è tanto più vero quando l’oggetto è mosso da passioni interiori come l’uomo, che proprio nella commissione di un crimine toccano il loro massimo. L’interpretazione personale non è quindi sostituibile e la verifica non può essere obiettiva, se non nel breve periodo e a parte le difficoltà aggiuntive delle statistiche sui crimini a causa per es. dell’assenza di denunce.

E’ normale, quindi, che se anche si voglia chiamare scienza la criminologia, si utilizzi questo termine in maniera lata, come di fatto avviene vista la molteplicità di teorie che caratterizzano il settore degli studi che ha ad oggetto il crimine. Eppure, tutti questi moderni approcci derivano, da due scuole italiane, quella positiva di fine ’800 e quella classica, che con Beccaria, già nel 1700, di fatto “inventò″ la criminologia.

La scuola classica, nasce con Cesare Beccaria (1738-1794), in antitesi alla visione medioevale del crimine, quale lesione dell’autorità del signore e per suo tramite di dio, con conseguente necessità di vendetta, spesso corporale e pubblica, anche a fine di deterrenza. Con la rivoluzione francese e quella industriale, infatti, si erano determinate l’affermazione delle borghesia e la nascita del capitalismo con le contraddizioni che emergeranno nei decenni successivi, ma anche un contesto culturale dove dominava il pensiero illuminista di fiducia nelle capacità dell’uomo e lotta ai dogmi. In questo contesto, secondo Beccaria, gli esseri umani vanno considerati soggetti astratti perfettamente razionali (quindi hanno il libero arbitrio) e agiscono di modo tale da massimizzare la propria utilità (utilitarismo, edonismo, anche se quest’aspetto fu teorizzato soprattutto da Bentham, per cui si commette un crimine quando il vantaggio atteso è maggiore della sofferenza). Poiché la società è fondata su un immaginario contratto sociale con la quale si dà il monopolio della forza ad un ente superiore, coloro che delinquono devono essere retribuiti con una pena che compensi proporzionalmente il reato, emanata esclusivamente nel rispetto del processo e delle leggi(certezza del diritto). Dal libro dei delitti delle pene presero ispirazione vari codici, tanto che essa è ancora vivissima nel diritto e nonostante sia figlia della rivoluzione francese, oggi è l’ispirazione di teorie conservatrici perché l’assenza di determinismo implica che non servano politiche di tipo sociale.

La scuola positiva sposta l’accento dal fatto giuridico al reo, dal punto di vista sia biologico, che psicologico e sociale ed è anch’essa ascrivibile nelle sue origini ad autori italiani quali Cesare Lombroso e Enrico Ferri. In realtà il distacco con la scuola classica spesso citato, più che sotto forma di antinomia, si caratterizza come sviluppo, perché anche la scuola positiva si inscrive nel razionalismo di tipo occidentale, a cui si aggiunge però la sperimentazione e la prevedibilità, dando vita alla tecnica.

Secondo Lombroso, il delinquente avrebbe certi caratteri fisici che indicano uno stato di evoluzione biologica primitivo. Da qui l’autore sviluppò delle catalogazioni, basate sul metodo induttivo. Le classificazioni, anche quelle di autori successivi a Lombroso, sono tuttavia poco verosimili, anche se l’idea che le caratteristiche biologiche determinano almeno il 30-40 % dei comportamenti criminali ha oggi sostenitori in quelle teorie domino soprattutto dei medici e oggi di moda, che fanno leva sui fattori biologici, quali il livello di alcuni neuro trasmettitori (serotonina, dopamina), di alcuni ormoni (testosterone), che dipendono sia da eventi interni (assunzione droghe) che esterni (ambiente sociale) e ne rilevano la connessione, anche se non necessaria con il crimine.

Di derivazione positivistica è la criminologia sociologica, che sposta l’accento dalla biologia sulla società e che può essere del consenso e anche del conflitto. Essa prese avvio con il diffondersi degli studi statistici e basa la sua scientificità, come tutta la sociologia, sui c.d fatti sociali. È considerato fatto sociale “qualsiasi maniera di fare, fissata o meno, suscettibile di esercitare sull’individuo una costrizione esteriore; o anche (un modo di fare) che è generale nell’estensione di una data società pur possedendo una esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali”, così Émile Durkheim.

Le teorie sociologiche del consenso, muovono dall’assunzione che sia possibile un equilibrio fra le norme, che da vita ad una struttura sociale fondata sul consenso. Il crimine nascerebbe quando si verifica una contrapposizione normativa che mina l’interdipendenza e allenta il rispetto delle regole. Tuttavia, ciò poteva avere qualche valore in una società tradizionalistica come quella del secolo scorso, molto meno oggi dove sembra valere una sola norma, quella del denaro, che in quanto avente ad oggetto un mezzo e non un fine, comporta i più svariati comportamenti, purchè profittevoli. Inoltre, il crimine diventa necessario a causa della competizione che crea un sistema basato sul denaro, tanto è vero che alcuni autori affermano che il crimine  in parte sarebbe necessario e anzi utile per mantenere l’ordine sociale perché la disapprovazione permetterebbe di rimarcare i confini della struttura. Questa criminologia ebbe effetti positivi come l’individualizzazione della cura, le misure di sicurezza con la loro particolare disciplina, la funzione rieducativa della pena, l’interesse per l’ambiente sociale (ma non in chiave conflittuale) e permettono di avere una visione istantanea della società nel suo complesso che consente la individuazione di politiche appropriate.  Ma anche negativi poiché l’uomo è emozionale e creativo, mentre queste teorie valgono a certe condizioni e in certi momenti, cosicché l’asserita prevedibilità rischia di avere come riflesso un effetto plasmante di tipo conservatore.

In questo contesto va iscritta anche la sociologia ecologica (es. scuola di Chicago anni 20), che si caratterizza per lo studio ecologico dell’uomo, cioè inserito nel suo ambiente. Si precisa, quindi, che è la società a determinare gli individui e la ricerca dei dati viene applicata a precisi settori (città, quartieri degradati) per dimostrare la teoria. Si afferma che causa della criminalità è la disorganizzazione sociale vissuta dalle subculture che vivono in un contesto valoriale a cui non riescono ad adattarsi. La teoria, tuttavia, pur prevedendo il conflitto, rimane consensualista perché il conflitto rimane fra norme culturali (subculture) e non mette in discussione l’ordine costituito. Inoltre, l’ecologia non è portata alle estreme conseguenze, perché si fonda sull’analisi statistica, ma tralascia la biologia, mentre la psicologia viene ridotta alla determinabilità della soggettività tramite simboli (interazionismo simbolico). Infine, non esiste un’assoluta separazione valoriale fra cultura dominante e subculture, men che meno al giorno d’oggi, dove tutto è mosso dal denaro. Si inscrive nelle teorie ecologiche anche la teoria dell’associazione differenziale di Sutherland, per la quale il crimine è appreso dal contatto con le subculture e non innato. Si focalizza esclusivamente sull’aspetto psicologico interazionista, che viene poi ampliato da teorie successive che specificano le possibili associazioni, aggiungendo quelle per punizioni e rinforzo.

Le teorie dell’apprendimento (Jeffery, Akers) sono ti tipo psicologico e derivano dalla teoria delle associazioni differenziali di Sutherland, ma sono successive (anni ’60) esse si basano soprattutto sulla psicologia di tipo comportamentista, che muovendo dall’idea del comportamento come stimolo-risposta, individua delle metodologie che permettono di controllarlo, come la punizione, il rinforzo, l’anticipazione delle conseguenze (ad. es leggi certe), stimoli discriminanti (cioè sollecitazioni’indirettamente legate alle esigenze del singolo, es pubblicità). E sulla psicologia di Bandura, che vede nell’imitazione un altro modo di diffusione dei comportamenti.

Anche la teoria dell’anomia è iscrivibile nelle teorie del consenso, infatti il termine anomia fu utilizzato per primo da Durkheim per indicare come nelle società organiche, cioè quelle fondate sulla divisione del lavoro, il legame sociale si riduca a contratto, (a differenza di quelle antiche, meccaniche, dove svolgendo tutti i medesimi mestieri, i valori erano omogenei) cosicché l’anomia si verifica quando vengono meno le regole condivise. Il concetto di anomia fu ripreso da Merton, il quale riteneva pure che la società fosse fondata su un’ ordine di fondo (capace quindi eventualmente di ridurre l’anomia) e non sul conflitto, rimanendo nel campo dello stutturalismo (infatti fu allievo di Parsons) o meglio struttural-funzionalismo o teorie della tensione. Tuttavia Merton, individuò la causa dell’anomia nella tensione sociale generata dalla discrepanza fra mete che la società richiede e mezzi a disposizione della gente, avvicinandosi alle teorie del conflitto.

Le teorie della subcultura (anni ’60, Cohen e Ohlin) mettono insieme teorie ecologiche, strutturali e struttural-funzionaliste. Oggetto principale furono le bande giovanili, formate da soggetti che non riescono a competere con le classi medie e ciò li porta ad accogliere i valori della banda e a contrastare quelli della classe media (opportunità differenziali, cioè illegittime) e ciò è tanto più facile quanto le strutture criminali sono diffuse sul territorio.

In realtà,  i conflitti fra norme esistono e sono sempre esistiti perché riflettono altri tipi di conflitti, e infatti proprio questa fu la critica della criminologia conflittuale di derivazione marxista.  Ciò che distingue le teorie del  conflitto da quelle del consenso, è in definitiva il maggior peso dato al conflitto economico quale conflitto che coinvolge l’intera società. Infatti, pur non mettendo mai il conflitto al centro dell’indagine, già Durkheim parlò di anomia come risultato di un’iperstimolazione delle aspettative sociali, passando per Parsons, fino a Merton, sembra che proprio l’accento sui conflitti economiche sia ciò che caratterizza l’evoluzione delle correnti criminologiche della sociologia. Così dalle teorie delle sub-culture dove i conflitti culturali riguardano soprattutto alcuni gruppi, fino alle teorie dell’etichettamento dove il conflitto economico determina il reato stesso.

L’opposto delle teorie classiche non sono quindi le teorie positiviste, ma quelle del conflitto. Infatti ciò che caratterizza l’approccio positivista è la sperimentazione, mentre la prospettiva classica e quella del conflitto sono visioni della società da punti di vista opposti. Infatti, seguendo la scuola delle teorie del conflitto (anni ’60, Turk, Quinney, Vold), il reato viene visto come il risultato di un conflitto sociale che affonda le proprie radici nella differenza di risorse e nella lotta per accaparrarsele. Vi sono diverse varianti che vedono il crimine ora come il risultato della posizione della legge penale da parte delle classi dominanti, ora come incapacità delle classi inferiori di anticipare il risultato delle loro azioni, ora come effetto dei mezzi di comunicazione di massa che definiscono certi comportamenti delle classi inferiori come devianti. Poi vi sono le teorie del conflitto che fanno esplicito riferimento a Marx e alla contrapposizione fra due classi particolari, quella degli operai e quella degli imprenditori. In questo quadro, si può collocare anche la criminologia anarchica, che tuttavia si caratterizza perché analizza, oltre ai conflitti economici, anche i conflitti psicologici e le strutture della conoscenza, affermando che la soluzione del crimine risiede nella tolleranza.

Infatti, anche il conflitto fra sfruttati e sfruttatori ha una sua struttura nella psicologia dell’uomo, che a sua volta riflette i conflitti insiti nella natura, ed è questo il punto di vista da cui si può criticare la teoria conflittuale. La descrizione dell’individuo tramite l’appartenenza ad un gruppo può avere una valenza storica, può aiutare la descrizione e in parte pure una predizione di breve periodo, ma non vale a spiegare le dinamiche sociali e men che meno quelle criminali, perché qualsiasi modo di fare muta nel tempo e con l’esperienza. Certamente ci sono tempi e luoghi in cui le credenze sono più o meno radicate, ma mai tali da permettere di trattare l’uomo come oggetto scientifico. Ciò salvo che il denaro e la tecnica, compresa una certa criminologia di tipo razional-economicistico, portino ad un’omologazione nei comportamenti pur senza valori se non l’egoismo proprietario, ma in quel caso non avrebbe più nemmeno senso parlare di sociologia.

Anche la teoria dell’etichettamento (anni 60, Becker) va inquadrata fra le teorie non consensuali, perché afferma che il crimine esiste proprio perché esiste una regola posta, cioè non si tratta di un comportamento ingiusto in sé. Tuttavia viene analizzato solo quest’aspetto della reazione per cui i reati sono storici e sono determinati dalle classi dominanti, ma non indaga a fondo le radici dei conflitti. Né ci dice quando è giusto o no criminalizzare. Sono presenti anche aspetti dell’interazionismo simbolico, perché si indagano anche le modalità con cui il soggetto finisce per interiorizzare l’etichetta ed essere etichettato (ad es. chi ha minore status sociale rischia maggiormente di essere etichettato, oppure come basti il sospetto per l’etichettamento, oppure la grande forza dell’etichetta, o ancora le diverse modalità della reazione sociale) ma rimangono i difetti dell’interazionismo simbolico perché non si indaga cosa spinge all’etichettamento. Inoltre, il procedere per etichette o categorie non è tanto, come affermarono questi autori, naturale, quanto la modalità tipica della cultura occidentale.

Verso la fine degli anni 70, come reazione alle teorie del conflitto, si svilupparono le teorie del controllo, che presupponevano anch’esse una struttura sociale, ma partivano dalla questione “come avviene la socializzazione”, piuttosto che dalla domanda da cui muovevano le altre teorie cioè “cosa spinge a delinquere”, perché consideravano questa struttura sociale condivisibile da tutti. In ciò si tratta di teorie struttural-funzionaliste, però in questo filone vi sono alcuni aspetti psicologici interessanti perché venne introdotto anche il concetto di auto-controllo. Tuttavia non andarono molto oltre da quest’ultimo punto di vista perché non andarono al di là della definizione di auto-controllo come positiva immagine di sé che si formerebbe nell’infanzia (Reiss e Reckless), oppure analizzarono le tecniche di neutralizzazione  (Matza: negazione del danno, della responsabilità, della vittima, condanna di chi condanna e richiamo a lealtà più alte). Matza utilizzo anche il concetto di legame sociale e di volontà per spiegare come dopo la neutralizzazione si passi al contegno, tuttavia non spiegò oltre né il legame sociale né la volontà. Hirschi provò ad elaborare il concetto di legame sociale individuandolo 4 elementi(attaccamento verso gli altri, impegno nella società conforme, convinzione della validità di quei valori, coinvolgimento in quei valori) che legano gli individui alla struttura perché gli uomini sono immaginati mossi solo da interessi egoistici.

Le teorie economico-razionali (anni ’80), su ispirazione dell’economia neo-classica, riprendono molti elementi della scuola classica (libero arbitrio, razionalità edonistica, pena come retribuzione) in funzione però conservatrice. Il punto di vista si sposta sulle possibilità di vittimizzazione, sul calcolo costi-benefici di commettere un reato e sull’ambiente che permette o meno il reato, onde aumentare la sicurezza. Negli ultimi anni queste teorie hanno fatto un’uso sempre più massiccio della matematica, fino ad elaborare modelli per riprodurre il mondo reale, che però lo semplificano per poterlo misurare e funzionare. Il realtà l’uomo se è vero che può essere un calcolatore massimizzante, può anche agire per il bene collettivo o ancorché per il proprio egoismo ma non razionalmente, bensì mosso dalle pulsioni. Eliminando l’indagine sul reo, questa criminologia si è diffusa anche perché non comporta costose politiche sociali.

Le teorie di genere fanno leva sul predominio nella società degli uomini, conseguentemente puntano il dito sul maschilismo che porterebbe alla violenza sulle donne, ad abusi sul lavoro e a molti altri crimini, evidenziando al contempo come la criminalità sia inferiore nelle donne. Quest’ultima è tuttavia in aumento, ed è stato rilevato come le battaglie femministe, equiparando le donne agli uomini, abbiano portato a far comportare i sessi allo stesso modo, con conseguente aumento dei crimini commessi dalle donne. Inoltre, questa prospettiva non esalta il ruolo della donna quale madre, con la conseguenza maggior propensione verso il prossimo, ma si limita a rivendicare il ruolo sociale della donna, anche se i rapporti rimangono di tipo paternalista.

Infine, le teorie integrate nascono dalla consapevolezza dell’eccessiva frammentazione della criminologia e il fine è integrare i punti di vista compatibili. Interessante è la teoria della pacificazione (Quinney, ‘80) che fa leva sulla natura empatica dell’uomo e sulla necessità di limitare la competizione per eliminare il crimine. Recenti sono anche le teorie post-moderne, che affermano che il mondo è complesso per cui non c’è né matematica né teoria che regga. Sono quindi una critica delle teorie consolidate che ha anche qualche valenza propria ad es. la teoria del punto critico che afferma che tutti i vari parametri si sommano nell’indurre al crimine, fino a quando si esplode. E’ tuttavia discutibile se in futuro la criminologia debba continuare integrando le varie teorie “scientifiche” disponibili, o se invece l’unico modo per capire qualcosa in più sul crimine, non sia intraprendere una più consapevole teoria dell’essere umano.

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