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RITORNO ALLA AGRICOLTURA, UTOPIA O VIA D’USCITA DALLA CRISI?

di Maurizio Parisi

La Sicilia si può definire come  la terra dell’agricoltura per eccellenza. La posizione geografica della nostra isola, collocata al centro del Mediterraneo, determina, infatti, un clima equilibrato con inverni non troppo rigidi e abbastanza piovosi, tanto da garantire le riserve d’acqua nonostante le estati calde e secche. Questo equilibrio vale anche per la conformazione del territorio. Il terreno risulta fertile ovunque e anche se mancano le grandi pianure presenti al nord, i rilievi, prevalentemente collinari, non sono così accidentati da non consentire il ritaglio di aree di terra coltivabile.

La Sicilia terra di eccellenza in agricoltura, quindi, e così è stato nel corso della storia. Al tempo degli antichi greci, ad esempio, Diogene il Cinico rimproverava a Platone che il vero motivo per cui questi si fosse recato in Sicilia era per gustare le prelibatezze dell’isola, mentre al tempo dei romani, la Sicilia era definita il granaio dell’impero. Nel medioevo, tutte le civiltà che sono giunte in Sicilia, dagli arabi ai normanni, lo hanno fatto anche attratte dalla facilità della vita alle nostre latitudini e hanno arricchito l’isola delle proprie colture agricole, che adattandosi al clima siciliano sono diventate quelle che conosciamo, come ad esempio i pistacchi di origine araba o le pesche, originarie dell’Asia, dove però crescevano come poco più che bacche insapori.

E allora perché dal ‘90 ad oggi 184 mila imprese agricole siciliane hanno chiuso i battenti? Perché ad esempio nella nostra Riviera Jonica, i nipoti non sostituiscono più i nonni nella conduzione degli agrumeti, dei vigneti o degli uliveti, lasciando perdere il lavoro di generazioni e generazioni, come si può notare guardando i terrazzamenti ridotti a scheletro, con l’ulteriore grave aumento del rischio di dissesto idrogeologico?

Senz’altro dalla rivoluzione industriale in poi, le carte in tavola sono andate cambiando a nostro sfavore. Lo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate, si pensi ad esempio alle serre riscaldate, ha sganciato il prodotto dal suo habitat naturale e dal ciclo delle stagioni, permettendo la produzione di colture per le quali potevamo vantare un monopolio naturale, in luoghi una volta impensabili.

Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, ha inoltre permesso l’importazione dei prodotti agricoli ai prezzi ribassati dal misero costo del lavoro nei paesi in via di sviluppo, mettendo fuori mercato le nostre tipicità, primi fra tutti gli agrumi e in special modo il limone.

Il sistema della grande distribuzione, infine, ha assestato il colpo di grazia ai nostri agricoltori, perché le multinazionali godono di una forza contrattuale tale da poter  fissare il prezzo in modo tale da massimizzare il proprio profitto e minimizzare quello dei piccoli produttori.

Ha ancora senso, allora, parlare di agricoltura in Sicilia?

A nostro avviso la risposta è si e per più di un motivo. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un trasferimento di ricchezza dall’economia reale alla finanza senza precedenti. Si è pensato che il denaro potesse essere prodotto da altro denaro tramite i giochi di borsa, fino a quando  scoppiate le bolle e spacchettati i debiti, ci siamo trovati nella crisi che stiamo vivendo, con una disoccupazione accompagnata da una disperazione che, specie al sud, è diventata tale da mettere a rischio, oltre che il sostentamento di migliaia di cittadini, la stessa sicurezza sociale. In questo quadro l’agricoltura, costituendo la base del nostro sostentamento e quindi dell’economia, è dunque il settore da cui si può ripartire, anche per ricostruire il tessuto industriale e dei servizi.

Certo, i problemi da affrontare restano tanti. Nella mia ancorché breve esperienza come imprenditore agricolo nel settore dell’olio di oliva, ho potuto registrare mancanze non solo dal punto di vista degli investimenti, ma anche dal punto di vista organizzativo. Mentre al nord si diffondono i frantoi o le cantine sociali, i mercatini del contadino o i gruppi di acquisto solidale, quello che ho potuto registrare qui da noi è soprattutto una grande apatia. Sembra che i siciliani si vergognino della propria storia e che piuttosto di sporcarsi le mani in campagna preferiscano andare in cerca di fortuna per le città del nord, abbandonando le proprie famiglie e trovando spesso null’altro che sfruttamento.

Sono convinto che di fronte a queste carenze, solo con l’intervento della pubblica amministrazione, quindi della politica, si possano creare le condizioni per poter tornare a vivere di agricoltura. Crediamo che occorra:

1-       Costituire una cooperativa agricola, che permetta di mettere assieme i capitali e i terreni, che singolarmente risultano troppo esigui e frazionati per competere adeguatamente nel mercato globale.

2-       Con lo strumento così creato, sarà possibile aderire con maggiore facilità ai bandi di finanziamento regionali ed europei e alle certificazioni nazionali ed internazionali, come ad esempio il regime biologico, che risulta essere sempre più richiesto dal mercato.

3-       Con l’ausilio degli uffici comunali, inoltre, sarà possibile individuare i terreni abbandonati e lì dove possibile stipulare accordi con i proprietari per l’affidamento in gestione alla cooperativa degli stessi dietro il corrispettivo di un prezzo costituito dai  prodotti dei terreni recuperati.

4-       Infine, è necessario adibire uno spazio a mercatino del contadino nel territorio del nostro comune, di modo tale da permettere ai produttori di vendere direttamente il prodotto senza dover soggiacere ai prezzi e alle quantità imposte dalla grande distribuzione.

Pur non avendo le cooperative scopo di lucro ma mutualistico, cioè volto al sostegno dei cooperanti, occorrerà comunque operare nel mercato e quindi rischiare. Tuttavia disponiamo di alcuni prodotti come il vino o l’olio di qualità, che sono richiesti e di facile conservazione e commercializzazione, mentre il mercatino potrebbe permettere la vendita, e quindi rendere conveniente la produzione, anche di prodotti deteriorabili come gli ortaggi. Sono convinto che non consista in ciò l’utopia. Piuttosto, credo che trascorrere qualche giorno in più in campagna, a contatto con la terra, sia il miglior modo per acquisire la consapevolezza della posizione dell’uomo nella natura e per guadagnare un nuovo modo di vivere, diverso dalla competizione sfrenata, dall’odio e dallo stress che vige nelle città. Utopia significa pensare oltre il presente, ma è solo così che le cose possono cambiare in futuro.

di Maurizio Parisi

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