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CRONISTORIA DEL MOSE DI VENEZIA, MANI PULITE NON E’ MAI FINITA

mose

Il 4 giugno 2014 veniva arrestato Giogio Orsoni, sindaco di Venezia, accusato di finanziamento illecito per i contributi ricevuti quale candidato del Partito Democratico alle elezioni comunali del 2010,  dal “Consorzio Venezia Nuova”. Il Venezia Nuova è un’associazione di imprese che operava per conto del ministero delle infrastrutture e dei trasporti italiano quale concessionario unico della costruzione del Mose. Il Mose, Modulo Sperimentale Elettromeccanico, come evoca la biblica allusione, è un sistema di dighe mobili poste lì dove il mare aperto si collega con la laguna, che si dovrebbero innalzare per arginare il flusso delle maree ogni qual volta il fenomeno dell’acqua alta minacci i veneziani: quando è prevista alta marea le barriere si innalzano mediante l’immissione di aria, quando la marea cala vengono di nuovo riempite d’acqua e sprofondano nella loro sede.

Già a seguito dell’eccezionale acqua alta del 1966, che aveva toccato i 194 centimetri mettendo a rischio la città Lagunare, venne emanata una legge speciale per Venezia che prevedeva la realizzazione di un sistema di più opere diffuse su tutta la laguna. Tuttavia, negli anni ‘80 prevalse l’idea di un’unica grande opera denominata Mose, interamente “made in Italy e il cui progetto fu presentato ufficialmente agli inizi degli anni ‘90, anche se trascorse un decennio prima che venissero stanziati i primi finanziamenti nel 2002.

Infatti, nel 1998 la Commissione di Valutazione dell’impatto ambientale del Ministero dell’Ambiente rilasciò parere negativo sul progetto, ribadendo la preferibilità di più opere diffuse poiché essendo la laguna un sistema ecologicamente complesso, gli eventi che causano l’acqua alta variano in maniera non lineare e ammonendo che un’ unica barriera, col conseguente elevato numero di azionamenti anche in rapida successione, avrebbe danneggiato la portualità e l’ambiente, a causa dell’ interruzione del ricambio idrico tra mare e laguna. Ad onta del parere negativo della commissione del ministero dell’ambiente, i lavori iniziarono per volontà del governo nel 2003 .

La questione fu portata all’attenzione dell’UE, che aprì una procedura d’infrazione nel 2005 per violazione delle norme in materia di valutazione dell’impatto ambientale. L’Ue chiese all’Italia che le attività connesse al monitoraggio fossero attribuite ad un ente indipendente da quello coinvolto nei lavori. Così venne stipulato un accordo tra il ministero dell’Ambiente, quello delle Infrastrutture e la regione Veneto che attribuì il controllo all’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ente del ministero dell’Ambiente. La procedura d’infrazione venne quindi archiviata nel 2009, sbloccando un finanziamento di oltre un miliardo e mezzo di euro dalla Banca europea per gli investimenti. Senonché, nel 2013 in forza di un successivo accordo intervenuto tra i ministeri e la Regione Veneto, che stabiliva che a quest’ultima spettassero i controlli sulle attività connesse al progetto Mose, l’Ispra venne estromessa. Tale accordo indusse allora la commissione europea a riservarsi di valutare nuovamente la sussistenza del requisito di indipendenza in capo agli organi regionali, onde eventualmente riaprire la procedura d’infrazione, con la conseguenza che le incertezze sui controlli continuarono a permanere.

Dall’inizio dei lavori i costi dell’opera sono aumentati del 60%, passando dai 3.700 miliardi di lire stimati nel 2001 ai 4.987 milioni di euro stanziati nel 2013. Ad oggi, risultano finanziati già 5.267  milioni di euro, anche se viene stimato un ulteriore residuo di 226 milioni di euro per il completamento dell’opera entro il 2016. Ma oltre i costi e le alternative, occorre segnalare che la corruzione di Orsoni fu solo la punta dell’iceberg. Ad oggi, sono centinaia gli arrestati o indagati per essersi appropriati indebitamente a vario titolo di somme di denaro: ex ministri, deputati, presidenti, assessori, consiglieri di ogni livello amministrativo, manager pubblici e privati, consulenti, imprenditori. Anche magistrati, membri dei servizi segreti e delle forze dell’ordine che depistavano le indagini, tra i quali spicca il comandante in seconda del Corpo della Guardia di Finanza, a capo anche del “comitato per la trasparenza sugli appalti e la sicurezza nei cantieri”, che vigila  sull’ Expo, ossia la fiera globale che si terrà a Milano nel 2015, costata 500 milioni di euro, che costituisce l’altra grande opera espressione dell’ultimo ventennio politico italiano, pur’essa finita sotto la lente della magistratura per fatti di corruzione, se possibile ancora più gravi.

Il caso del Mose, insieme a quello dell’Expo, servono per evidenziare in maniera esemplare ciò che è confermato dalle statistiche, ossia l’impatto del fenomeno corruttivo in Italia. Costi sproporzionati rispetto ai servizi offerti a causa di problemi esterni al funzionamento del sistema in sé e dovuti alla disonestà dei dirigenti per larghissima parte, che costituisce un’anomalia rispetto ad altri paesi a capitalismo avanzato. Eppure a seguito di “Mani Pulite”, quella stagione della politica italiana iniziata nel 1992, anch’essa coinvolgente centinaia di personaggi pubblici e anch’essa soprattutto per reati di corruzione, furono emanate nuove leggi e partiti storici come il Partito Socialista Italiano e la Democrazia Cristiana si dissolsero sotto i colpi del pool di Milano dell’allora magistrato Antonio di Pietro. Ma soprattutto Mani Pulite destò nella popolazione, oltre all’indignazione che anche oggi si respira, una così violenta protesta che si pensò che un livello tale di corruzione non fosse più raggiungibile in Italia. Ebbene, nonostante il Mose abbia avuto nel 2013 un primo collaudo parziale, l’unica via finora aperta risulta essere non solo quella della magistratura inquirente, ma anche della Corte dei Conti, la quale ha dovuto istituire una commissione d’indagine interna per verificare la regolarità delle procedure di controllo effettuate negli anni, ad ulteriore testimonianza di come il mare di corruzione abbia inondato un’intera classe dirigente.

 

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