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GAROFALO E IL SENTIMENTO DI PIETA’ – Difesa della scuola italiana di criminologia positiva

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                   GAROFALO E IL SENTIMENTO DI PIETA’

              Difesa della scuola italiana di criminologia positiva

 

Noi vediamo da per tutto la maggioranza sovrana, onnipotente, anche là dove la sua incompetenza è manifesta o la sua imparzialità impossibile.Solo in un campo essa si arresta, dubbiosa dei suoi diritti; solo allora essa indaga i limiti della sua sovranità, quando si trova di contro la più abbietta, la più nociva fra le minoranze, quella dei delinquenti.(Raffaele Garofalo, Napoli 1851-1934)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE

 

 

 

 

1.   INTRODUZIONE………………………………………………………………………..pag. 4

 

 

 

2.    LA COMPLESSITA’ E LA RESA DEL SOGGETTO…………..…………………….pag. 6

 

 

 

3.    LA CRITICA DI FOUCAULT…………………………………………………..……..pag. 10

 

 

 

4. ATTUALITA’ DELLA SCUOLA ITALIANA DI CRIMINOLOGIA POSITIVA……pag. 16           

 

 

 

5.   DAL LIBERO ARBITRIO AL SENTIMENTO DI PIETA’……………………..…pag. 20

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

 

Questo testo trae spunto dalla annosa ma cruciale diatriba fra la scuola classica e la scuola positiva di criminologia, che andò in scena in Italia fra ‘800 e ‘900, producendo importanti pubblicazioni e congressi. Si tratta di dispute dai toni anche duri, ma meritevoli di approfondimento non solo perché foriere di importanti innovazioni giuridiche, ma perché determinanti per la stessa dignità della criminologia quale autonoma disciplina e capaci, muovendo dal fenomeno criminale, di giungere fino alle fondamenta della cultura occidentale.

Da una parte la scuola classica, fondata sul concetto di libero arbitrio, che aveva come precursore il marchese Cesare Beccaria e fra i suoi più grandi esponenti Carrara, Pessina, Carmignani, Rossi, Buccellati, Romagnosi, Filangieri, Pagano, Niccolini, Tolomei, Catalano, Nocito, Brusa, Giuliani e Zuppetta. Dall’altra la scuola positiva, basata sulla ricerca scientifica delle cause del crimine, fondata da Cesare Lombroso, attorno a cui ruotavano studiosi del calibro di Ferri, Garofalo, Puglia, Majno, Sergi, Barzilai, Cougnet, Bonvecchiato, Fioretti, Berenini, Balestrini, non solo italiani come il belga Prins e l’austriaco Von Liszt.

L’apice si raggiunse nel 1885, quando Aristide Gabelli pubblicò sulla diffusa e prestigiosa rivista non giuridica “Nuova Antologia”, un articolo intitolato “La nuova scuola di diritto penale in Italia”, nel quale ironicamente criticava l’applicabilità delle scienze naturali al diritto penale e che divenne un piccolo “manifesto” della scuola classica. Su esplicita richiesta del direttore Lucchini, l’anno successivo l’articolo venne pubblicato sulla rivista “Diritto Penale”, punto di riferimento dell’offensiva antipositivista, tanto da contenere un’apposita rubrica sarcastica denominata “Florilegio positivista”. Ad esso immediatamente seguì in risposta un intero volume intitolato “Polemica in difesa della scuola criminale positiva”, sottoscritto da Lombroso, Garofalo, Ferri e Fioretti, che approfittarono dell’occasione per replicare alle tesi di tutti loro principali detrattori.

Alcuni di questi temi saranno ripresi nei paragrafi a seguire, dei quali il primo contiene delle considerazioni sul rapporto fra filosofia, scienza e complessità. Il secondo tratta della configurabilità o meno di un sapere tecnico-scientifico quando oggetto di studio è l’uomo. Il terzo paragrafo è volto a far emergere l’importanza che la scuola italiana ancora oggi può rivestire anche oltre la criminologia. Nell’ultimo, sul solco di Raffaele Garofalo, si tenterà di tratteggiare un percorso nel quale sia possibile uno studio scientifico del comportamento senza rinunciare alla specificità umana.

 

 

LA COMPLESSITA’ E LA RESA DEL SOGGETTO

 

 

Le argomentazioni svolte a lezione dal professor Aleo più che nella conclusione, circa l’inutilità della ricerca delle cause del crimine, sono a mio avviso condivisibili nella premessa, quando si afferma che il pensiero causale, riducendo la complessità tramite astrazioni, è un pensiero di tipo normativo. Si può aggiungere, in questo senso, che la scienza moderna è il compimento della filosofia occidentale, seppur con un metodo affinato e con esiti diversi.   .

La ricerca di fondamenta che contengano il flusso degli eventi e con esso il dolore della perdita, riconducendolo ad un principio unitario stabile e duraturo, è infatti il nucleo della tradizione di pensiero nata lungo le sponde del Mediterraneo e poi diffusasi verso occidente, fino a diventare globale. Non solo l’atomismo di Democrito o il principio di non contraddizione di Aristotele, ma anche le idee trascendenti di Platone potrebbero essere citate in prima istanza dagli scienziati, perché ciò che caratterizza tutto il pensiero occidentale è la riduzione della complessità tramite astrazioni decontestualizzate e predefinite, esattamente come sostiene Aleo. Astrazioni che stanno alla base della cesura fra soggetto e oggetto propria dell’idealismo filosofico-religioso, così come della oggettivazione della realtà operata dal materialismo-meccanicistico delle scienze ed espressione della posizione di dominio del soggetto occidentale sulla natura.

La predisposizione al controllo dell’incertezza e il carattere tecnico del pensiero occidentale emergono bene in comparazione a tradizioni di pensiero come quella orientale, nelle quale prevale l’immagine di una natura dove tutto è interconnesso e dove la forma si definisce solo in relazione alle altre forme. In particolare, la filosofia giapponese, per indicare che ogni cosa è in opposizione a tutte le altre, ha derivato dal Sutra del Loto una curiosa logica chiamata Soku-hi (traducibile come A è A solo se A è pure non A), concludendo che se ogni cosa esiste trasformandosi, allora l’unico fondamento possibile deve essere in sé contraddittorio, venendo per questo detta anche filosofia del nulla[1].

Come il sapere orientale, il paradigma della complessità supera il concetto di causa facendo leva sulla ricorsività delle relazioni. Dalla non linearità prendono le mosse alcune teorie che sostituiscono la logica binaria con logiche sistemiche e sulle quali si tornerà, altre che portano la complessità alle estreme conseguenze e delle quali la filosofia giapponese può essere un esempio.

Senonché, come il sapere orientale, pur potendo essere condiviso dal punto di vista filosofico, il pensiero della complessità porta alla resa del soggetto. La ricorsività si risolve nella rinuncia al pensiero come verità o, dal punto di vista del soggetto, in una sorta di assunzione dell’incertezza come fondamento, cosicché qualsivoglia astrazione risulterà a rigore imprecisa, potendo indurre ad affermare che tutte le scienze, non solo quelle umanistiche, hanno un valore meramente normativo.

Come si diceva, tuttavia, la scienza ha fatto proprio il metodo della filosofia occidentale, ma lo ha affinato trasformando l’assolutezza delle idee in ipotesi da confrontare con la natura. Nella predisposizione dell’ipotesi, anche la spiegazione scientifica, come tutte le spiegazioni, si sovrappone artificialmente alla realtà e in questo senso può dirsi normativa, ma mentre la filosofia auto-fondandosi è come se si fermasse al piano delle ipotesi, la scienza deve subire il vaglio della sperimentazione. Se l’esperimento ha successo la teoria diventa applicabile e la normatività diventa utilità. La stessa comunità scientifica, almeno da Popper in poi, considerando scientifico un sapere non necessariamente verificabile, purché falsificabile, ha svincolato la scienza da un rigido determinismo, ponendo l’accento sulla sperimentabilità e quindi sull’utilità.

Che la ricerca scientifica possa essere mossa da interessi diversi, che pongono e sempre più porranno questioni politiche, è quindi intrinseco nella l’inscindibilità del sapere scientifico dal metodo ipotetico-sperimentale, ossia nella sua natura tecno-scientifica, ma la scienza di per sé attiene a come la natura risponde alle nostre sollecitazioni e non alla ricerca di verità ultime, non è quindi imputabile di essere un pensiero normativo, ma va valutata in termini di utilità.

Di certo non può dirsi inutile la criminalistica, come nel curioso caso mostratoci dai RIS dei carabinieri a lezione, nel quale dal sangue prelevato da una zanzara schiacciata ad un muro e tramite il confronto del dna con quello della vittima trovata morta in una spiaggia a chilometri di distanza, è stato possibile risolvere un oscuro caso di omicidio. Rimane tuttavia da chiedersi se la tecno-scienza sia utile alla comprensione del comportamento umano e se dunque la criminologia possa essere intesa come scienza.

 

 

 

 

 

LA CRITICA DI FOUCAULT

 

 

Come si è detto, se si porta alle estreme conseguenze il paradigma della complessità, anche le scienze naturali risultano una deformazione della realtà, valutabile solo in termini di utilità. Tuttavia, quando oggetto di studio è l’uomo, la complessità richiama piuttosto le criticità della relazione sapere-potere messe in evidenza da Foucault.

La psicologia si allontanò dalla filosofia focalizzando sullo studio dei comportamenti nella loro oggettività, tuttavia mentre il fatto naturale possiede una certa ripetibilità, il comportamento umano è creativo e ciò determina una bassa prevedibilità anche negli esperimenti più semplici. Per questa via non è possibile andare oltre la registrazione e l’utilizzabilità dei dati sul piano statistico e probabilistico.

Se si tenta di superare tale limite focalizzando sui processi mentali, la psicologia ritorna alla filosofia occidentale che, anche quando rivolge lo sguardo verso l’interno, definisce in astratto il pensiero separandolo dal corpo. L’inconscio scompare se non incorporato in modelli cognitivi, e le forze che agitano l’organismo cessano di essere produttive di un senso proprio. Ciò esclude la via sperimentale anche dalla prospettiva biologica, la teoria rimane sul piano ipotetico e l’applicabilità viene a dipendere dall’autorità della comunità di scienziati che, in un determinato tempo e luogo, ha considerato certi schemi comportamentali patologici.

La psicologia si espone così alla critica di Foucault che definiva funzione-psi la funzione normalizzatrice sostitutiva della famiglia, esercitata con un sapere che s’instaura come potere mediante la definizione di un modello comportamentale e la sua attuazione con un’organizzazione disciplinare, similmente a quanto avviene all’interno di una comunità religiosa.

Secondo Foucault, la funzione-psi nasce nell’ambito della psichiatria, con l’internamento nei manicomi, istituzione disciplinare avente la funzione di normalizzare gli individui per tutte le altre istituzioni, per poi specializzarsi in funzione normalizzatrice propria per ogni singola istituzione, dando vita alle varie branche della psicologia.

Oggi, tuttavia, giusti o sbagliati che fossero, i manicomi sono stati chiusi, l’internamento è limitato e la psichiatria si caratterizza perché adopera farmaci, presidi medici che agiscono sul corpo di per sé a prescindere da qualsiasi funzione politico-normativa, dunque sembrerebbe che la critica di Foucault si sia esaurita. Eppure, la critica risulta valida e a mio avviso aggravata dal fatto che la psichiatria manca di un proprio paradigma, adopera quello della psicologia e ciononostante applica tecniche mediche, con rischi potenziali.

La psichiatria manca di un paradigma perché proprio il manicomio, le tecniche e il luogo stesso a cui si correlavano, era inscindibile dal discorso psicologico. Associare invece al paradigma psicologico terapie di tipo farmacologico può essere rischioso perché il piano della psicologia è quello esterno della rappresentazione, sul quale si può agire con la terapia della parola o con l’esempio, ma che dal punto di vista medico può valere al massimo come sintomatologia.

In chiave medica si potrebbe dire che per curare, oltre all’osservazione dei sintomi, occorrono le analisi. Occorrerebbe cioè prima conoscere la biologia della malattia così come della salute mentale, per poter verificare le anomalie sulle quali intervenire, il che non è ancora sufficientemente possibile né dal punto di vista endocrinologico, né da quello neurologico. In mancanza, l’uso di farmaci può fungere al più quale terapia sintomatica, che può agevolare la riabilitazione, ma che come tale va utilizzata con le dovute precauzioni. A mio avviso, soprattutto quando si tratta di sedare l’eccesso di aggressività, piuttosto che quando il vizio risiede prevalentemente nella consapevolezza, questione su cui si tornerà quando si parlerà del sentimento di pietà.

La critica di Foucault non è necessariamente da condividere, la funzione-psi è indispensabile per sostenere le parti più deboli della collettività e può contribuire al miglioramento della società tutta. Anzi, per quanto attiene alle tematiche di questo corso, sarebbe a mio avviso auspicabile la sua estensione oltre l’imputabilità, nella fase processuale decisoria, similmente a quanto accade nel processo minorile o in altri ordinamenti nazionali, al fine di sopperire ai limiti che la specializzazione giuridica può comportare. Inoltre, la follia può essere considerata una patologia anche qualora non avesse nella sua genesi alcunché di fisico, a causa delle sofferenze anche fisiche che può provocare. Tuttavia, il fatto che la definizione della patologia mentale si fondi sulle ricerche di una vasta comunità di studiosi, di per sé non è sufficiente ad eliminare il rischio di arbitrarietà insito nella funzione-psi che Foucault fece rilevare.

Questa natura politica delle scienze umanistiche è ancor più evidente nella sociologia. La sociologia recupera il rapporto con l’esperienza tuttavia, poiché il fatto sociale è pur sempre un mutevole fatto umano, per quanto la dimensione istituzionale e collettiva possa consolidarlo, non si produce quella ripetibilità propria delle scienze naturali e, come in tutto il sapere umanistico, le teorie rimangono sul piano delle ipotesi astratte. In sociologia viene però meno la clinica individuale e il sapere gioca un ruolo immediatamente politico.

Il discorso non cambia in relazione alle teorie che affrontano la complessità sostituendo la logica binaria con logiche sistemiche. Abbiamo portato il pensiero orientale quale esempio, per mettere in evidenza che l’astrazione è pur sempre presente nella individuazione delle funzioni e delle variabili del sistema, non si può quindi parlare di filosofia della complessità. Ma non si può parlare nemmeno di scienza almeno finché non sia possibile la sperimentazione. Ne scaturisce un pensiero che può delineare tendenze, che tramite l’utilizzo di calcolatori può avere applicazioni tecnologiche e che quando le ipotesi funzionalistiche riguardano la natura potrebbe in futuro diventare propriamente tecnico-scientifico, ma la cui funzione politico-normativa è invece dominante quando oggetto è la società.

Si prenda ad esempio l’organizzazione sociale e la funzione capitale-lavoro secondo Marx. In una fase di prima industrializzazione può essere avvenuto che il conflitto capitale-lavoro dall’economia permeasse interamente le dinamiche sociali. Tuttavia, oggi sembra piuttosto che gli operai abbiano accettato coscientemente la loro posizione e se specializzati vengono pure ben pagati dai capitalisti. Con la globalizzazione e il progresso tecnologico, il conflitto sembra essersi spostato all’esterno delle condizioni di produzione, fra inclusi ed esclusi dal sistema, i quali reietti sociali, pur crescenti in numero, sono molto meno rivoluzionari di quella che fu la classe operaia.

Proprio perché faceva della funzione capitale-lavoro il senso della storia, a prescindere dalle motivazioni individuali, Popper accusava Marx di essere un falso profeta e definiva le teorie come il marxismo pseudoscienza. E proprio perché la prospettiva puramente sociologica non può col tempo eclissarsi nell’idealismo, delle motivazioni psicoanalitiche del conflitto sociale se ne occupò successivamente l’Istituto per la Ricerca Sociale diretto da Max Horkheimer a Francoforte.

La critica di Foucault ci è servita per far emergere come solo muovendo dallo studio del corpo la psicologia si possa avvicinare alla scienza. Anche i criminologi clinici dovrebbero aspirare alla complessità, ma non li si può rimproverare se aggiungono qualche elemento tecnico, ancorché parziale, che possa combattere il cancro della criminalità.

Il rischio è semmai che il discorso scientifico venga a sua volta idealizzato, cosicché ciò che è tecnicamente possibile diventi per ciò stesso ammissibile, come abbiamo visto può avvenire con un’eccessiva faciloneria nella somministrazione di psicofarmaci.

Eppure, se il progresso scientifico permette di risolvere problemi connessi alla delinquenza o alla malattia mentale, allora non può essere arrestato ai suoi primi passi in forza di alcun dogmatismo o artificio retorico, poiché non sono applicabili principi a priori, né esistono precauzioni sufficienti, per ciò che ancora non si conosce e che proprio la sperimentazione servirà a scoprire.

Piuttosto, a posteriori dovrebbe muovere una filosofia che, riaprendo il discorso proprio lì dove le scoperte scientifiche non bastano più, coinvolga il senso delle cose e sia capace di orientare la scienza. La psichiatria è uno dei campi in cui la comunità scientifica deve essere in grado di autolimitarsi, il che può avvenire solo integrando in una visione unitaria la dimensione bio-psico-sociale, quale fu la via tracciata pioneristicamente dalla scuola italiana di criminologia positiva.

 

 

 

 

ATTUALITA’ DELLA SCUOLA ITALIANA DI CRIMINOLOGIA POSITIVA

 

 

La scuola italiana di criminologia positiva si costituisce nella terra che ha coniato la parola mafia, parola ormai entrata in ogni lingua del globo e che ha simboleggiato il versamento di tanto sangue innocente, ma al contempo tanta fiera reazione, anche dottrinaria. Si discute se la criminologia moderna sia nata in Italia, anche in Francia si iniziarono ad utilizzare le statistiche criminali nella prima metà dell’800, ma fu per la prima volta la scuola italiana ad applicare le scienze sperimentali allo studio e alla lotta al crimine.

Nel valutare i contributi della scuola italiana non bisogna quindi commettere l’errore di considerare gli studi di Lombroso astoricamente, ma occorre tener presente che siamo agli albori delle scienza e della tecnologia moderna. I risultati del lavoro di Lombroso vanno separati da quelle ipotesi che due secoli di progresso scientifico fanno apparire stravaganti, contribuendo ad estendere la fama, ma al contempo a costruire l’immagine caricaturale che spesso accompagna questa scuola.

Lombroso non si occupò solo di catalogare crani, ma studiò anche le patologie del cranio, e non solo del cranio ma le anomalie di tutto il corpo che potevano essere coinvolte nel comportamento criminale, fino alla degenerazione conseguenza dell’abuso di alcol o droghe. Studi inseriti in un’idea ampia di antropologia, che arrivava a comprendere l’influenza del clima, inteso come ambiente in generale, sulla cultura e sul comportamento delinquenziale.

I frutti di tali studi pionieristici sono oggi visibili in tutte le teorie, non solo criminologiche, che in vario modo fanno leva sulla biologia nello studio del comportamento umano e giusto questo corso di psichiatria forense può essere un esempio. La medesima critica di insufficienza potrebbe oggi muoversi alle neuroscienze e potrà sempre essere mossa a tutte le scienze. Non poteva quindi cogliere di sorpresa uno scienziato come Lombroso, che così si difendeva nella “Polemica in difesa della scuola criminale positiva”:

“E poi dove e come è mai rimproverabile lo scienziato se estende le ricerche là fin dove gli è possibile! Al caso, il rimprovero doveva farsi in senso inverso; nel senso che non abbiamo abbastanza ancora studiato la temperatura, la dinamografia, la condizione dei globuli sanguigni, quella delle urine. Il cranio non essendo che una delle parti del corpo e non tutto il corpo, è naturale che tutto il corpo e tutte le funzioni si devono porre a cimento, e specie le psicologiche”.

La scuola lombrosiana mantiene anzi vivo il suo insegnamento rispetto alle stesse neuroscienze, ricordando che non solo i fattori neuronali, ma la biologia di tutto il corpo è coinvolta nel comportamento, come la stessa psicanalisi di Freud aveva fatto rilevare, ma per vie ancora più stravaganti e meno scientifiche.

Parlando di delinquente nato e di atavismo, Lombroso si riferiva alle anomalie biologiche, cioè l’unico parametro che può essere studiato scientificamente poiché permette di collegare il comportamento umano alla natura. Vero è che per definire i profili criminali del delinquente nato o del delinquente occasionale, così come della categoria intermedia del delinquente abituale e dei sottotipi del delinquente pazzo e del delinquente passionale, furono utilizzate astrazioni, che però non furono fondate dottrinariamente, ma studiando i delinquenti nelle carceri, con le tecniche allora disponibili e muovendo prima di tutto dalla biologia per poi estendersi alla psicologia e alla sociologia.

Inoltre, scopo della teoria non era tanto creare un modello predittivo, se non per proporre misure di prevenzione a livello sociale, quanto intervenire dopo che con la commissione del reato si fosse manifestata la patologia, per trattare le diverse specie di criminalità appropriatamente. La denominazione positiva data alla scuola va dunque intesa con riferimento alla matrice clinica, tanto che nemmeno il Ferri, che più di tutti si interessò dei fattori sociali della delinquenza, negò mai la derivazione Lombrosiana della sua sociologia criminale.

L’impostazione clinica non poteva che ribaltare la dottrina giuspenalistica che, fondata sul libero arbitrio, uniformava e rendeva indistinto l’autore di reato, per concentrarsi sull’articolazione del fatto giuridico e sulla commisurazione della pena detentiva. In realtà, la scuola positiva, nonostante le accese polemiche, non rinnegò mai la dottrina giuridico-filosofica, alla quale riconosceva di aver realizzato i suoi principi illuministi nella mitigazione della giustizia medioevale, dottrina che venne denominata classica.

Si propose tuttavia a sua volta come superamento ispirato dai progressi delle scienze, che spingevano a studiare l’uomo criminale prima del fatto criminale, e di conseguenza ad utilizzare la pena non solo a fini espiatori e deterrenti, ma variando le sanzioni, nei modi e nei tempi, in funzione delle specifiche esigenze di sicurezza, ma anche della correzione del reo.

Furono così poste le basi per la moderna multidisciplinare criminologia, termine che Raffaele Garofalo coniava nel suo libro “La Criminologia, studio sul delitto e sulla teoria della repressione”, che si utilizzerà nel paragrafo successivo per illustrare il suo pensiero.

 

 

 

 

 

DAL LIBERO ARBITRIO AL SENTIMENTO DI PIETA’

 

 

La questione fondamentale che divideva le due scuole era dunque la negazione del libero arbitrio. A tal proposito, un’altra imprecisione nella quale spesso si incorre e dalla quale occorre preliminarmente sgomberare il campo è la limitazione dei contributi della scuola positiva agli studi del Lombroso. Le tre dimensioni biologica, psicologica e sociologica furono affrontate dalla prospettiva criminale, ben rappresentate dai tre maggiori esponenti Lombroso, Garofalo e Ferri, non semplicemente sovrapponendole, come la specializzazione conduce oggi a fare, spesso esasperata da meri interessi economici, ma dando vita ad un pensiero originale, al quale contribuirono numerosi studiosi medici, psicologi, sociologi e giuristi.

Raffaele Garofalo fu un giurista, magistrato, senatore che si occupò per larga parte della riforma del diritto penale e processuale secondo le teorie che la nuova scuola andava elaborando. Tuttavia, al di là degli apporti strettamente giuridici, alcuni che informano il codice penale vigente basato sul c.d doppio binario, altri che sarebbe auspicabile riesaminare vista la crisi della giustizia in Italia, un contributo prezioso Garofalo lo diede anche sconfinando nel campo della psicologia.

Nella sua opera di revisione del diritto penale, resosi infatti conto delle difficoltà che sorgevano proprio dall’essere le teorie della nuova scuola volte a studiare il reo e non il reato, si propose di ricercare una definizione del delitto senza rinunciare alla prospettiva scientifica. Operò quindi un ulteriore ribaltamento, non lo studio astratto del reato e nemmeno del solo reo, ma dei sentimenti la cui lesione è considerata reato. Così Garofalo, nell’individuare il delitto naturale come il fatto lesivo del sentimento di pietà, introdusse un elemento psicologico di discontinuità rispetto alla matrice lombrosiana, pur rimanendo ancorato alla biologia.

Nei paragrafi precedenti si è sostenuto che l’uomo è creativo, per indicare che la sperimentabilità è limitata quando oggetto è l’essere umano. Se ciò si risolvesse nella facoltà di una ragione trascendente o trascendentale, come il libero arbitrio, esistendo un’autonoma possibilità di autodeterminazione del soggetto, ogni ulteriore domanda risulterebbe superflua. Eppure, proprio il campo criminale è quello dove più forti emergono i limiti delle teorie classiche, si pensi in generale ai tassi di recidiva o in particolare a coloro che vengono chiamati natural born killer, che ispirano film e talkshow proprio perché pur capaci di intendere, compiono atti di efferatezza tale da essere inspiegabili se non per la via patologica. Scrive Raffaele Garofalo:

“Senza alcuno studio delle cause della criminalità, senza alcuna cognizione degli effetti dei castighi, senza alcuna distinzione delle classi di rei a cui l’uno o l’altro mezzo repressivo è più o meno adatto, i nostri penalisti s’immaginano di aver raggiunto la perfezione. Alla società che chiede soccorso nella lotta contro il delitto essi forniscono, in cambio d’armi, formole elaborate. Alla scienza sperimentale che loro addita la vera via da seguire, essi oppongono principi tolti ad imprestito ad una vieta metafisica. I naturalisti, che studiano il delinquente, sono gli intrusi; essi, che non lo conoscono, sono le persone competenti! Mentre è dimostrato non essere il delitto che l’effetto di anomalie psichiche, di abitudini inveterate, di ambienti malsani, i giuristi non sanno vedere in esso che una colpa volontaria; mentre si tratta di prevenire il male rendendo quelle tendenze innocue, quelle abitudini impossibili, quella corruzione minore essi rifiutansi a studiare gli ostacoli da porre sulla via che il reo ha cominciato a percorrere, e pretendono castigarlo in proporzione della sua responsabilità morale, cioè a dire della supposta libertà ch’egli avea di scegliere fra il bene ed il male”.

Dall’altro lato, però, se non esistesse una capacità dell’essere umano di allontanarsi dagli istinti, la civiltà non si sarebbe evoluta e la stessa possibilità dell’uomo di produrre teorie sulla natura o sulle proprie vicende non esisterebbe. Ma si può essere creativi senza presupporre una ragione di derivazione divina o comunque di natura propria solo degli esseri umani? Continua Garofalo:

“La persistenza di alcuni principi di condotta attraverso i secoli, la loro identità fra genti lontanissime ha fatto credere all’esistenza di una norma uniforme dettata all’umana coscienza la recta ratio di Cicerone, l’imperativo categorico di Kant. Il punto di vista da me prescelto m’impedisce ogni discussione metafisica; ma credo opportuno osservare che, se da una parte il naturalista non può accettare incondizionatamente tali formole astratte, né ammettere l’esistenza di una identica morale universale, perché smentita dalla storia e dalla etnografia, pure, d’altra parte, egli non deve affrettarsi a proclamare, senza limitazioni, che la morale sia sempre variabile secondo i tempi e i luoghi. Una simile affermazione è ora divenuta quasi un luogo comune; ma un’idea esposta così indeterminatamente potrebbe giustificare molti errori. E’ necessario precisare i termini. Bisogna vedere quando, come e fino a qual punto la morale possa variare, sceverando l’uno dall’altro i diversi principi, secondo la diversità dei sentimenti a cui essi mettono capo e investigando i limiti in cui questi s’incontrano nella specie umana, limiti di razza, di tempo, di luogo, di civiltà. Quest’analisi è importante, perché essa potrà farci distinguere quei sentimenti che, acquisiti dalla razza, non si perdono più ma sono soltanto suscettibili di un perfezionamento sempre maggiore, e che si ritrovano quasi identicamente in periodi storici diversi ed in tutti gli aggregati sociali civili o semi-civili, da altri sentimenti proprii di un tempo, di una razza, di un popolo, e quindi assai più superficiali ed incostanti”.

La scuola di Francoforte sosteneva che la pretesa della ragione classica di fondare se stessa si fosse risolta nelle sua eclissi, perché la ragione aveva cessato di interrogarsi sui fini, per divenire strumentale al raggiungimento di obiettivi prestabiliti, come quelli propri della società consumistica.

In realtà, la tendenza moderna a razionalizzare i comportamenti non ha comportato una totale esclusione dello studio dei bisogni primari, piuttosto si è risolta nella prassi di considerare come motivazioni di base prevalentemente gli istinti egoistici, con la conseguenza che i comportamenti altruistici sono diventati culturali e relativi. Ciò è evidente in criminologia nell’incorporazione dell’edonismo nel razionalismo operata da Jeremy Bentham, secondo il quale il soddisfacimento del piacere è lo scopo dell’essere umano e il “calcolo morale” fra i vantaggi e gli svantaggi della commissione del reato l’unico freno. Lo stesso Freud concepiva solo il principio di piacere, ritenendo che la sua limitazione operasse dall’esterno, in forza del principio di realtà.

Tuttavia, la natura umana non è fatta solo d’istinti egoistici anzi, secondo Garofalo, il successo dell’umanità è proprio quello dello sviluppo della socialità più di qualsiasi altra specie. Pur potendo anche il sentimento tendente alla conservazione dei propri simili variare d’intensità fra le popolazioni e fra i singoli, esso è sempre presente in tutti gli uomini e prodromico ai sentimenti che formano la morale relativa. Sostiene Garofalo:

“Sia che, secondo Darwin, la simpatia istintiva pei nostri simili fosse la prima origine dei sentimenti sociali, sia, come crede Spencer, che, all’ epoca dei primi aggregati umani, il raziocinio mostrasse la necessità di alcune regole di convivenza, e che questa nozione acquisita e trasmessa ai discendenti si mutasse, per evoluzione ereditaria, in un istinto; certo è che esiste oggi in ogni razza, un senso od istinto morale innato che non è punto il prodotto di un raziocinio individuale.

 […] Ne può spiegarsi altrimenti che con 1′esistenza di un senso morale il non richiesto ed oscuro sacrifizio che alcuni uomini fanno talvolta dei loro vitali interessi in omaggio al dovere. Senza dubbio il principio che la convenienza sociale è possibile solo con una certa contemperazione di egoismo e di altruismo spiega l’origine prima utilitaria delle idee morali.

[…] Questo senso morale è dunque, almeno in parte, organico. Esso, al pari di tutti gli altri nostri sentimenti, è stato creato nella razza per evoluzione ereditaria, ed ha la sua sede in ciò che nella psicologia contemporanea s’indica col nome amplificato di mente. E’ dunque una delle attività del cervello. Può essere deficiente negli individui di debole intelligenza, può perdersi per malattia e può mancare del tutto in altri individui di comune od anche superiore intelligenza, i quali sono veri mostri dell’ordine psichico, spiegabili come fenomeni atavistici.

[...] La parola pietà può dunque adoperarsi da noi, come è stata da Spencer, per indicare un sentimento di ripugnanza dalla crudeltà, ripugnanza da cui ha origine la resistenza agli impulsi contrari”.

Secondo Garofalo, ad ogni sentimento egoistico ne corrisponde uno altruistico ed è la dialettica che deriva a determinare il carattere. La morale. non si genera da precetti astratti, ma come un allontanarsi dagli istinti egoistici per via degli istinti altruistici, senza che questo distacco si possa mai completare, poiché esso opera già a livello della volontà, tramite il sentimento di pietà, cioè ancora volontà.

Oggi Garofalo troverebbe nel campo delle neuroscienze molte prove a sostegno delle proprie argomentazioni. Si pensi agli studi sui neuroni specchio, individuati da un gruppo di scienziati italiani diretto da Giacomo Rizzolatti, inizialmente nelle scimmie e poi anche negli uomini, principalmente in aree cerebrali connesse al movimento ma anche in altre parti del cervello. Neuroni che si attivano non solo quando un soggetto compie un’azione, ma anche quando lo stesso osserva altri compiere la medesima azione e che potrebbero costituire il sostrato fisiologico dell’empatia. O anche agli studi che, con varie tecniche, dal Brain Imaging alla Simulazione Magnetica Transcranica, hanno misurato la ridotta sensibilità al dolore in taluni soggetti, alla quale può conseguire l’impossibilità di riconoscere il dolore anche negli altri.

Si tratta di studi che oggi ripercorrono la via già intrapresa da Lombroso e che per molti aspetti conducono a ciò che per Garofalo determinava la delinquenza, ossia la carenza dei sentimenti altruistici. Anomalia che poteva essere sia congenita, sia indotta dalla società per i motivi che specialmente il Ferri fece rilevare, anticipando la criminologia sociologica degli anni a venire.

L’idea che con questo lavoro si vorrebbe aggiungere, nel solco già tracciato dalla scuola positiva specialmente con la “Teoria fisiologica della percezione” di Giuseppe Sergi, è che l’empatia non riguarda solo la capacità di volere, ma svolge anche una funzione attinente alla capacità d’intendere.

La socialità che ci permette di condividere le sensazioni degli altri, è la stessa che ci permette di allontanarci dalle nostre. Per mezzo dell’empatia le sensazioni semplici, cioè le irritazioni organiche, acquistano oggettività tramite localizzazione immediata o mediante la proiezione degli organi sensori nel mondo. Ciò genera la consapevolezza che precede e rende possibile le sensazioni complesse e il pensiero che le rappresenta. Le idee di per sé attengono alla memoria, mentre qualsiasi linguaggio, per quanto utile, è storicamente determinato nella grammatica, nella sintassi cosi come nella semantica.

Come sosteneva il grande psicologo e anche giurista Lev Vygotskij nella sua opera “Pensiero e linguaggio”, il linguaggio è uno strumento che permette di fissare nella memoria le esperienze tramite simboli. Esso è appreso e non innato, né un’esclusività umana, come dimostrano le ricerche sulla capacità dei bambini di imitare le espressioni facciali o la capacità di molte specie animali di utilizzare strumenti anche vocali per comunicare, per esempio alla vista di un predatore. Certamente, nessun animale possiede la consapevolezza necessaria per elaborare i complessi linguaggi umani, ma alcuni primati riescono non solo ad apprendere un linguaggio come quello dei segni, ma anche ad utilizzarlo autonomamente in assenza di stimolazione e a trasmetterlo ai discendenti.

Se dunque per la criminologia, l’insegnamento proprio di Garofalo si può ritiene sia che non solo ai comportamenti aggressivi deve guardare il criminologo clinico, ma anche alla graduazione dei comportamenti altruistici. Dal punto di vista psichiatrico, il sentimento di pietà di Garofalo conduce a ritenere il vizio di consapevolezza e la conseguente pressione delle sensazioni in maniera indeterminata, legato alla malattia mentale. Tesi che si propone come possibile stimolo nella ricerca di un paradigma proprio della psichiatria.

 

Maurizio Parisi


[1] Per filosofia giapponese non si intende genericamente la tradizione filosofico-religiosa di questo paese asiatico, con tutta la sua ricchezza di sfaccettature ma, precisamente, una scuola filosofica il cui principale esponente fu Nishida Kitaro (Unoke, 1870 – 1945). La filosofia giapponese non riceve molto interesse in occidente, benché i pensatori accomunati sotto il nome Scuola di Kyoto si proponessero proprio di fare filosofia nel senso occidentale del termine, sebbene applicandone le categorie alla cultura orientale e principalmente al Buddhismo Zen.

 

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