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L’INDUSTRIA CULTURALE. L’ITALIA, UN CASO DI SCUOLA

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Una folla di sostenitori, curiosi e giornalisti inglesi “staziona” in pianta stabile fuori le porte del St Mary’s Hospital di Londra per la nascita del bimbo/a, figlio dei reali inglesi. Da diversi giorni in strada altri sono accampati come in un campo profughi e non mancano i fedelissimi sudditi della Corona inglese, che pongono i propri auguri alla coppia di neo genitori con messaggi, cartelli e bizzarri abbigliamenti. Esistono inoltre diversi gadget a disposizione dei turisti: dalle famose tazze che ritraggono i genitori uniti ad un cuoricino, fino ad arrivare a piatti di fine porcellana che generalmente vengono stampati e prodotti nel Regno Unito per celebrare qualsiasi evento legato alla famiglia reale.  Felicitazioni, come per qualsiasi famiglia, ma come si spiega il tam tam mediatico e l’interesse che la nascita di un bambino, seppur dal sangue “blu”, riesce a suscitare il tutto il mondo, anche in un paese dai tanti problemi come il nostro?

Si potrebbe continuare con esempi di questo tipo per molte pagine, basti pensare alle file interminabili di persone che, a volte per giorni o settimane, aspettano davanti alla porta dei mega-store per acquistare l’ultima versione o l’ultimo aggiornamento dell’ultimo ritrovato tecnologico. L’aristocrazia inglese, ormai più di pompa che di sostanza, è un fatto come un altro per muovere alcune osservazioni. Fortunatamente, grazie al referendum del 46, l’Italia è una repubblica e non deve fare i conti con re e regine da quasi un secolo ormai, eppure per quanto riguarda il rapporto fra mass-media e società, il Belpaese è un caso di scuola per tutto l’occidente.

Già più di 50 anni fa, i sociologi e filosofi Horkheimer e Adorno, appartenenti alla Scuola di Francoforte, scrivevano dell’ industria culturale, cioè di grandi gruppi mediatici privati che, tramite l’overdose di spot, gossip, veline e calciatori, promuovono un immaginario collettivo sganciato dalla vita reale, specie dai problemi della gente povera. Un immaginario dove tutto ciò che potrebbe mettere in discussione la reality della classe agiata, viene ridotto a barzelletta, dolore compreso, facendo perdere consapevolezza, prima che della dimensione politica, dei misteri fuori nell’universo e dentro di noi. Un immaginario che stimolando il desiderio continuo di beni, risponde ad un’istanza legata agli istinti, che causa un profondo narcisismo. Una regressione a stadi di sviluppo infantile, che limita l’empatia umana e che impedisce al pensiero di andare oltre la ricerca del godimento immediato. E ciò al fine di aumentare la produttività e le vendite.

L’uomo moderno pensa semplicemente che porsi domande profonde sia da “sfigati” o da pazzi, colmando il vuoto esistenziale drogandosi di emozioni in quei (non)luoghi che la stessa industria culturale fornisce, come i grandi centri commerciali, dove tutto sembra a disposizione, come nel Paese dei Balocchi del Pinocchio di Collodi, in quel poco tempo libero strappato alla produzione: “Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole, lì non vi sono maestri, lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. “Che bel paese!“ disse Pinocchio, sentendo venirsi l’acquolina in bocca. “Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro…!” “Pinocchio!” disse allora Lucignolo. “Da retta a me, vieni con noi, e staremo allegri”. No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo per bene, e voglio mantenere la promessa. Vieni con noi e staremo allegri, gridarono altre quattro voci di dentro al carro. Vieni con noi e staremo allegri, urlarono tutte insieme un centinaio di voci. Pinocchio obbedì. Il carro dell’Omino riprese la sua corsa, e la mattina, sul far dell’alba, arrivarono felicemente nel “Paese dei balocchi”. […] Intanto era già da cinque mesi che durava questa bella cuccagna di baloccarsi e di divertirsi le giornate intere, senza mai vedere in faccia né un libro, né una scuola; quando una mattina Pinocchio, svegliandosi, ebbe,come si suol dire, una gran brutta sorpresa, che lo messe proprio di malumore. E questa sorpresa quale fu? E Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori: la sorpresa fu che a Pinocchio, svegliandosi, gli venne fatto naturalmente di grattarsi il capo; e nel grattarsi il capo si accorse…Indovinate un po di che cosa si accorse? Si accorse con suo grandissimo stupore, che gli orecchi gli erano cresciuti più d’un palmo.

In questa involuzione, il “bel paese” a precedere tutti a livello globale è stata l’Italia, dove svalutare tutto ciò che è di interesse collettivo è servito direttamente per sfiduciare le persone e per ridurre il numero di voti da comprare per vincere le elezioni. L’Italia è un caso di scuola perché è l’unico al mondo in cui l’industria culturale di cui parlavano i pensatori della Scuola di Francoforte,  ha superato la dimensione funzionale al capitalismo ed è giunta direttamente alla guida dello Stato.

di Maurizio Parisi

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