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CAUSE DELLA CRISI. SCIENZE ECONOMICHE O BANKRAZIA?

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La parola Bankrazia serve per descrivere la macro realizzazione dell’Homo Oeconomicus predicato dall’economia neoclassica, cioè del paradigma utilizzato in pressoché tutte le facoltà di economia moderne, che ricostruisce il comportamento umano utilizzando strumenti geometrico-matematici e che muove dall’assunzione che l’essere umano abbia le capacità di calcolo di un computer e sia rapportato al mondo in maniera esclusivamente acquisitiva.

Tuttavia, i rapporti economici sono anche rapporti umani e basare l’intera teoria economica sulla massimizzazione del profitto significa disconoscere non solo che la razionalità umana è limitata e l’uomo non è un computer, ma ancor prima che ciò che caratterizza l’essere umano è l’emotività. Oltre alle previsioni errate, succede allora che, quando dalle facoltà di economia,passando per le banche, si giunge alla società, la competitività,osannata nei manuali, si trasforma in odio. Nelle moderne società a capitalismo avanzato, il denaro da mezzo è divenuto fine, colonizzando l’immaginario collettivo e meccanizzando i rapporti sociali. L’aggressività è stata elevata a sistema e le relazioni umane vengono dimensionate in funzione della loro utilità, in modo da poter essere disfatte quando questa cessa e prima di essere abbandonati. Non solo il valore di scambio si è imposto sul valore d’uso di Marx, ma anche l’odio sull’amore cristiano.La paura finisce così per pregiudicare anche i rapporti affettivi.

Per di più, anche dal punto di vista meramente economico questo sistema è andato in crisi. Fino a qualche decennio fa la produzione occidentale era crescente e il sistema sembrava andare verso la piena occupazione. Tuttavia, con la globalizzazione, cadute gran parte delle barriere tecniche e tecnologiche, la concorrenza di molti paesi che prima erano mercati, soprattutto dell’Asia, ha determinano la caduta dei profitti delle imprese occidentali, tanto che la produzione Cinese si appresta a superare quella degli U.S.A, il cui livello di disoccupazione rasenta ormai le due cifre, quanto la disoccupazione europea. La risposta delle imprese è stata delocalizzare o puntare sulla finanza più che sull’economia reale, con ulteriore aumento della disoccupazione.

Mentre la terapia scelta dalla politica, ad onta del fatto che il dogma dell’efficienza del profitto fosse stato smentito da bolle finanziarie planetarie e dalla necessità dell’intervento pubblico per salvare grandi istituti di credito dalla bancarotta, è stata continuare a privatizzare e a demolire lo Stato e con esso le conquiste sociali dei secoli precedenti. Men che meno le istituzioni internazionali sono state capaci di attenuare i conflitti e anzi spesso li hanno alimentati, perché mosse dalle medesime logiche economiche e per gran parte sottratte al controllo democratico. Si pensi alla Banca Centrale Europea, la cui indipendenza dalla politica si è tradotta in ciò che le manovre sui tassi e gli interventi sulla massa monetaria,vengono effettuati esclusivamente in reazione ai mercati. Si verifica così che pur di non intaccare minimamente il valore della moneta, si fanno fallire gli Stati o si condiziona il sostegno a parametri tali per cui per gli Stati in difficoltà sarebbe preferibile fallire, senza il minimo riguardo per le conseguenze sociali che ciò comporta.

Le teorie economiche fondate sulla competizione sono la base su cui si escludono i più deboli. Il modo con cui i ‘68ini diventati ’68enni, al fine di difendere le posizioni acquisite, hanno delegittimato la politica,dando luogo ad una sorta d’inversione conservatrice della lotta di classe: lotta di classe contro i nuovi nati, dall’alto delle posizioni di potere acquisite e dietro l’ombrello di una crisi che, prima di essere economica, è la crisi psicologica di una classe dirigente impreparata e dedita ai vizi, che non riesce ad affrontare il cambiamento e tenta di esorcizzare la paura infierendo sulla vita.

La crisi di produttività dell’occidente non è questione di indolenza o di un diritto del lavoro dalle maglie troppo larghe, ma deriva soprattutto dall’incapacità di collaborare, perché la competizione sfrenata ha reso difficile la cooperazione, anche a fini meramente lavorativi.

 

di Maurizio Parisi

 

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